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lunes, 17 de junio de 2019

Abramo Battaia por Luca de Marchi en Il Trentino 26-5-2019




Hace unos meses estuvo con nosotros Luca De Marchi, con quien estuvimos recorriendo la ciudad, entrevistando algunos amigos inmigrantes y reflexionando juntos sobre la experiencia de las migraciones, las del pasado y las del presente.
Abramo che cantava “In mezzo al mare” con la paura di affondare
Luca De Marchi (Argentina)
L'Adige, 26-5-2019
“In mezzo ‘l mare / c’é un prá di foglie / senza la moglie / non si puó star/ In mezzo ‘l mare c’é un prá fiorito / senza il marito / non si puo star”. Questa canzone la cantava Abramo Battaia, s’intitola “In mezzo al mare” ed era diffusa nell’Italia settentrionale. Nato nel 1923 a Poia, frazione del comune trentino di Comano Terme, Abramo Battaia emigró in Argentina negli anni Trenta. Durante il viaggio scrisse un diario in un piccolo quaderno a rigue senza copertina: sulla prima pagina il nome del fratello maggiore e l’indirizzo di Bahia Blanca per raggiungerlo. Comincia il 7 gennaio del 1931, quando Abramo scrive le testuali parole : “Sono partito da casa, molto mal contento a dover lasciare i miei genitori.” Il saluto con il padre, racconta, fu una fredda stretta dimano alla stazione di Trento. Nessun pianto, nessun abbracio: “Bene, ciao”, gli disse il padre con la única raccomandazione di sposarsi solo se convinto. Nei giorni successivi Abramo racconta, in un italiano incerto, quello che vede dalla nave. Prima lElba e la Sardegna, poi Napoli, la Spagna e lo stretto di Gibilterra (“siccome era oscuro no o potuto vedere nulla pero si vedeva da una parte e anche dallaltra”), le isole Canarie (“il mare si trova assai calmo ed il tempo e mite”), Rio de Janeiro, Santo, in Brasile, dove lo incuriosiscono alcuni uomini che remano verso la nave per portare cesti di frutta. Ma, in tutto il viaggio, Abramo si emoziona solo quando scorge le montagne che gli ricordano il suo Trentino.
Man mano che i giorni passano la stanchezza di Abramo aumenta. Diversi sono i giorni di mal di mare, quando invece sta bene racconta di come aiutando i cuochi in cucina guadagna razioni in piú di cibo. Durante il passagio del Golfo di Santa Caterina , al sud del Brasile, scrive di aver paura perché lí il 25 ottobre di quattro anni prima era naufragata la barca “Principessa Mafalda”causando oltre quattrocneto morti tra i migranti. Una mattina, invece, é una brutta noticia a rovinargli il risveglio: “Dicevano che era morto un uomo da un colpo, io sono stato avellito, tutto il tutto il giorno e dicevano che a mezzanotte lo gettano in mare. Io continuo a pregare perché non succeda anche a me.”
In Argentina Abramo inizio a vendere dolci sulle strade di Bahia Blanca, poi divenne cuoco. Me lo racconta la nipote Ana Miravalles, che mi mostra il cestino con il quale inizió a lavorare lo zio: “Non lo fece diventare ricco, ma me lo mostraba sempre con orgoglio”. Ana é ricercatrice e archivista al museo piú importante della cittá e insegna italiano e dizione italiana per il canto lirico. Oltre al diario dello zio Abramo, conserva con cura le lettere che nonno Camillo invivava in Italia dall’Argentina: “Per ricevere una risposta ci volvevano al meno due mesi e spesso mio nonno si convinceva che la sua lettera non era arrivata e allora ne scriveva un’altra.”
Per trovare le lettere Ana si é spostata diverse volte in Trentino, esperienza che ricorda con entusiasmo: “I parenti volevano portarmi a conoscere le montagne, ma io insistevo per rimanere a casa a consultare a casa a consultare tutto quello che conservavano dei nonni e gli zii.”
Ana conosce molti italiani da quando ha aperto il blog “Italianos en Bahia Blanca” che racconta le loro vite. “Qui in Argentina siamo soliti a pensare che in Italia la gente non si interesssi dei parenti che hanno dall’altra parte del mondo. Ho sentito molti argentini chiesersi se gli italiani hanno intereriorizzato l’emigrazione come un trauma, o se vivono un inconsapevole sentimento di superioritá.”
Ci dirigiamo in un pastificio italiano, “Il Gondoliero”. Ci lavora Alessio, un italiano che per amore si é da poco trasferito in Argentina: “Nonostante la vicinanza culturale tra italiani e Argentini ho fatto fática ad ambientarmi”, racconta.
Dalle storie come quella di Alessio, Ana confessa di aver imparato a non giudicare e a non dimenticare la dimensione umana del dolore, che viene elaborateo in base al carattere di ognuno, e la dimensione del cambiamento: “Non é scontato che una personasi trovi improvisamente con paesaggi, odori, modi di parlare diversi. E’ un dolore che non si risolve in una generazione: ce ne vogliono due, tre, o forse anche di piú.”
Mentre parliamo, forse anche a causa dei bicchieri di vino che si susseguono durante la cena, non risesco a trattenere un pensiero che ho in testa da giorni. Poco prima che partissi, il tema della migrazione é diventato centrale in Europa e sono iniziati i primi respingimenti di barconi proveniente dal Nordafrica. Vorrei tenere separate le vicende che accadono in Europa da quelle che accaddero un secolo fa in Argentina perché ritengo sia giusto cosí: ma di fronte ad Ana non riesco a nascondere i punti in comune che ritrovo: i motivi della partenza, il viaggio pericoloso, le prospettive di vita base, i lavori umili, i grandi sacrifici, la diffidenza da parte degli altri cittadini, che spesso sfocia in discriminazioni anche violente.
Lei escolta, annuisce e poi responde: “Ti sarai forse accorto che qui ci sono persone che hanno vissuto una migrazione ma che, di fronte ai migranti di oggi, per esempio dalla Bolivia, vivono atteggiamenti di chiusura. Oggi tutti sono diventati esperti di migrazione e questo porta a parlare per pregiudizi. La questione é socioeconómica: i migranti dalla Bolivia sono visti con diffidenza perché sono poveri e poco istruiti, mentre quelli venezuelani, che sono educati e di clase media, sono sempre benvenuti.”
Pensavo che vivere una migrazione e incontrare l’Altro rendesse automáticamente una persona piú aperta e accogliente, ma se in molti casi é cosí, in molti altri no. Piu di un migrante di origine italiana mi ha raccontato di come vede con diffidenza imigranti che riempiono oggi il pianeta, o comunque di come la loro migrazione la rintengono diversa e meno encomiabile della propria.
Capisco ora, parlando con Ana, che per accettare la diversitá serve una predisposizione, un desiderio di conoscere e comprenderé. Ne parlo a lungo con ana: “Gli esseri umani hanno gambe, non radici –dice lei- non siamo cio che siamo in base al sangue, o grazie a chissa quale magia legata alla nostra terra. Affermare “mi sento argentino” o “mi sento italiano” non é cosí importante quanto incontrarsi e condivedere relazioni.”
Il mezzo piu efficace per riconoscere la nostra identitá é confrontarci con gli altri, conclude Ana, perché nell’Altro possiamo vedere riflessi noi stessi: quando di fronte ai boliviani mi chiederó ‘qual’é la loro visione dl mondo? In che modo vedono me straniero?’ in realtá mi staro chiedendo ‘qual’é la mia visione del mondo?’ perché se é vero che per me sono gli altri, é altrettanto vero che per loro l’altro sono io.
Da quando ho cambiato continente la mia cartina geográfica é cambiata e mi sono reso conto che, nonostante i secoli di supremazia, l’Europa non é la fucina sociale culturale política ed económica del monto. Qui ci sono persone che l’Italia non sanno nemmeno dove si trovi. Siamo consapevoli e preparati a questo cambiamento in cui quantitativamente, rispetto al numero di ‘altri da noi’, noi siamo la minoranza? La risposta é un in messaggio che Ana mi lascia prima di salutarmi e che rileggo piú volte mentre percorro la Ruta 35 per raggiungere il cuore della Pampa: “Nonostante la realtá ci sembri a volte oscura, alimentiamo la speranza, e continuiamo a lavorare per un mondo migliore.”

lunes, 8 de febrero de 2016

Los padre de los hermanos Battaia



                                LUIGI    BATTAIA                    +                          ELISA ALBERTI
                                          9-5-1877
                                                         
                                                                                                                                                                                                
                          VIGILIO CONSTANTINO 
                         8-6-1902    25-1-1975

                EMMA ALOISIA
                     22-5-1906    11-10-1965
                                                 
         GIUSEPPINA
      2-6-1908

  AMELIA
                                 13-2-1910   ABRIL DE 1970

  ABRAMO
                                 20-5-1913     ABRIL DE 1998
                                             
ERINO
                6-3-1920        1986

domingo, 8 de enero de 2012

Canciones (y un regalo para el año nuevo)



24 de noviembre de 1997.
Abramo Battaia (Poia, 1913 - Bahia Blanca, 1998) recibe en su casa a Albina Bonavida, la viuda de su hermano Erino, que vino desde Italia -por un mes - a visitarlo.

Abramo canta dos canciones, L'anello che ti ho dato, y Che me ne importa mi se non son bella, que recuerda perfectamente después de 66 años de haber partido de su casa (1931).
Algo sobre la canción
L’ANELLO CHE Ti HO DATO

1- Cuando los pescadores marchigianos llegaban al Canal, a los triestinos les gustaba quedarse a la noche escuchando los cantos de esos hombres de mar. De ese modo puede haber sido aprendida eta canción, que se vincula a la tradición de "la pesca del anillo". Es un tipo de canción sentimental de moda entre ciertos autores de siglo XIX. Se difundió en Trieste alrededor de 1860 y las mujeres del pueblo todavía la cantan.

L’anello che t’ho dato
lo voglio di ritorno,
e fin che gira il mondo
l’anello voglio aver!

L’anello che m’hai dato
Non te lo voglio dare:
lo butto in fondo al mare
perché non t’amo più!

O donna, sei volubile!
O donna senza cuore!
Tu m’hai giurato amore
Con tanta falsità!

Hela aquí, cantada por Rudi Bucar en una versión del año 2007:


2- Según otra explicación, en cambio, esta sería una de las tantas canciones de emigración y trata de uno de esos dramas que, por lo que parece, solían suceder entre quienes partían y quienes se quedaban. (Se puede escuchar al coro Stelutis acá)


Io parto per l'America

Io parto per l'America
sul lungo bastimento
io partirò contento
per non vederti più.

L'anello che ti ho dato
si chiama di ritorno
presto verrà quel giorno
di gran consolazion.
E quando fui in America
sposai un'americana
addio bella italiana
non ci vedrem mai più.
Informatore: Elio Giannini, a. 32 
Ricercatore: 
Roberto Ferrari 
Data: 
1973 
Luogo: 
Toano - RE 
Al 
Coro Val Dolo di Toano RE

De la otra solo encontré la letra:





Vardè, che bel seren con tante stelle,
questa è la notte per rubar la belle.

Chi ruban donne non si chiaman ladri;
Si chiaman giovinetti innamorati.

Che cosa importa a me se non son bella
Che hò l'amante chi sa fa il pittore.

El me dipingerà come una stella
Che cosa importa a me se non son bella.



Son, evidentemente, canciones muy viejas, y de esas que suelen llamarse "populares" (por eso las letras se modifican una y otra vez), canciones que, probablemente, estuvieran de moda en los años 20. ¿Escucharían radio, en Poia, en esos años?). A veces hay quienes buscan en estos inmigrantes ese toque de color "típico" de la región de proveniencia, ese rasgo distintivo que ahora tratan de reivindicar y de valorar como algo atemporal; pero si algo suena con potencia en estas canciones es la historia, y no la historia de una región aislada: es la historia de los trentinos, venetos, friulanos que circulan entre fines de siglo XIX y principios del XX por toda el área véneta, es la historia de tantos (austríacos, vénetos, trentinos, friulanos, croatas, et al.) que emigran, es la historia de la difusión de la radio, la de la belle époque y a la vez de la miseria que a fines de los años 20 arrasa a con pueblos campesinos y montaña enteros...


Antes de que te vayas, le dice Abramo, te voy a hacer un hermoso regalo, un regalo que me cuesta caro, te voy a regalar... un negotin de le ale roseque vendría a ser algo así como "la nada con alas rosadas".

Eso es, 'l negotin de le ale rose, estas canciones, un brindis, y los mejores augurios de felicidad para este año nuevo, 2012.

UNA REFERENCIA AL NIGUTIN, ACA

domingo, 20 de noviembre de 2011

Vineros



Una de las tantas puntas a partir de la cual puede empezar a contarse algun aspecto particular de la historia de una familia es un objeto como este: una espita, una especie de canilla portátil para sacar vino de las bordalesas, o sea, esos toneles de madera en los que hasta mediados de los años sesenta llegaba el vino.

Esta era de Camilo Ferrari (Poia, 1897) quien se dedicó durante veinte años - entre 1935 y 1957 - al fraccionamiento y venta de vino, primero en la esquina de Rondeau y Sixto Laspiur, luego en la calle Soler al 400 (frente al salón de los deportes) y quien posa acá para la foto, cuando todavía el negocio florecía, toda la familia (Emma Battaia, su mujer, Poia 1906, y Elisa y Carlos sus hijos) trabajaba lavando botellas y damajuanas vacías, llenadolas de nuevo, tapándolas y etiquetandolas:

Camilo Ferrari en el patio de su casa en calle Soler



Pero no solo Camilo se dedicó durante varios años a esto. También sus hermanos Agustín (Poia, 1895) y Cornelio (Poia, 1901) tuvieron sus depósitos de fraccionamiento y venta de vino, uno en pleno centro, en Roca y Estomba, y el otro en Villa Mitre:


Frente del depósito de vinos de Cornelio Ferrari en calle Garibaldi, Villa Mitre  
Actualmente está ahí la sucursal del Banco Credicoop.



Angel Ferrari (Poia, 1926), uno de los hijos de Cornelio nos muestra en su casa en Villa Mitre, no solamente las espitas
sino también los taladros con que se horadaban las bordalesas para sacar el vino. (foto tomada en febrero de 2002) 

Cuando Camilo se mudo a su nueva casa-negocio de calle Soler, se instaló en la esquina de Rondeau y Sixto Laspiur su cuñado, Abramo Battaia (Poia, 1913).

Los hermanos Ferrari no solamente nunca fueron socios, sino que mantuvieron entre ellos una encarnizada competencia: se espiaban, criticaban la calidad del vino que vendían los otros, se disputaban los clientes.

Dejaron el vino a mediados de los años 50 y se dedicaron al campo uno, a la construcción los otros dos. Abramo, en cambio, siguió con el vino, fraccionando tambien él y adecuándose luego afines de los sesenta, a la venta de vino en botellas y damajuanas envasadas en origen. Abramo cerró su negocio en 1991.


Con respecto a esta actividad - a la que, sabemos, se dedicó por casi veinte años- no hemos encontrado hasta ahora ninguna foto, etiqueta o papel de Agustín Ferrari.

Tanto Elisa la hija de Camilo como Angel el hijo de Cornelio, recuerdan la intensidad del ritmo de este trabajo junto a sus padres.

En esta espita que encontré ayer en el galpón de la casa de mis padres ya no queda ningún resabio de olor a vino.

lunes, 7 de marzo de 2011

Viva el Carnaval


Doman l’è festa,

se magna la minestra,

si beve dal bocàl,

evviva il carnaval!!!



Mañana es fiesta:
hay sopa,
y vino en el jarrón para tomar.
¡viva el carnaval!


Abramo Battaia (de Poia, Vigo Lomaso) siempre se acordaba de estos versos, cuando llegaban los días de carnaval.
Qué era el bocal, le pregunté una vez:

- Una especie de botellón de dos o tres litros, con la boca bien ancha, y todos toman de ahí, de todo, vino blanco o vino rosado.

- ¿Y no tomaban cerveza?


- Cerveza no, allá, en el invierno, en esa época*, no había cerveza; había que esperar al verano para poder tomar cerveza.

Cerveza tomaban acá, en Bahia Blanca, Abramo Battaia, su hermana Emma y su cuñado Camillo Ferrari con sus hijos, puntualmente, como si fuera una fiesta de guardar, cada martes de carnaval en el inmenso patio arbolado del bar de Rivara en Alsina 141.

La ciudad en esos años, hacia 1950 lucía así, y ese bar quedaba sobre la mano derecha, más allá de la propaganda de Martini:




* Abramo llegó a Bahía Blanca en 1931, a los 16 años.
* Un boccale es un buen porrón, según veo en google

domingo, 3 de octubre de 2010

Zuccher d'orz en Poia, caramelos en la Plaza Rivadavia


1931 - Ya se iba Abramo de Poia para venir a la Argentina, el padre lo acompañaba de a pie hasta Trento; Rosina su hermana, lo alcanza corriendo y le dice: "Abramo te olvidaste esto", y le da una bolsita con zuccher d’orz, unos caramelitos de azucar quemada. Y listo. Ni chau, ni besos, ni abrazos.
Como el padre, en la estación de trenes de Trento, igual, le da la mano, Bueno, chau.

Abramo Battaia, en la plaza Rivadavia,
junto a la fuente de los ingleses
1931
 
Cuatro o cinco días después de haber llegado a Bahía Blanca, fueron con Ema a una mueblería en la calle O’Higgins, cerca de una ferretería, y allí compraron el canasto. En casa Muñiz, compraron caramelos y algunas otras chucherías.

Pocos día después de haber empezado como vendedor ambulante de golosinas, un inspector lo paró y le exigió, si quería seguir vendiendo así, por la calle, que use una especie de casaca, o chaleco a rayas, que pague el impuesto a la Municipalidad  - que era, de todas maneras, unas pocas monedas- , y que saque la libreta sanitaria.

Vendía caramelos en la plaza, por la calles. Siempre a pie, con la canasta, iba a White, cuando había mucho moviemiento en el puerto, otro día al Parque de Mayo, o al Parque Independencia. Se vendía bastante también cuando había procesiones, o desfiles militares, o a la salida de los colegios.

Claro, no vendía solamente caramelos. También llevaba en la canasta unos pancitos calientes que compraba en una panadería, envueltos en un papel que era como una servilleta. Entonces, cuando era la hora del recreo en el Colegio Nacional los chicos se acercaban a la puerta que daba a la calle, y por entre las rejas les pasaba los panes, los caramelos o lo que fuera. Tenía que estar desde temprano, ahí esperando, porque eran varios los vendedores de golosinas ambulantes que querían ocupar arrimarse a la puerta. Era un momento de mucha confusión, todos gritaban, apretaban, empujaban. Una de las primeras veces que estaba ahí, esperando, alguien que pasaba por la calle lo llamó, para pedirle algo. Y ahí, donde se descuidó, y otro vendedor le ganó de mano y se metió al lado de la puerta.

Desde ese día, Abramo trataba siempre de llegar bien temprano a la puerta del Colegio.

Abramo en la plaza Rivadavia con su canasto, 1931

sábado, 28 de agosto de 2010

Scalpellino

Querido padre:

espero que estén bien. Yo también estoy de buena salud. El motivo por el que durante estos dos años no pude escribir es que me lastimé el brazo derecho. Escribir bien no podía, escribir mal no quería.

"Algo así decía la primera carta que el hermano de Erina Baroldi escribió a sus padre en Poia. Nunca más volvió a dar noticias. Este hombre vivía en Tandil, y se había lastimado el brazo porque trabajaba en las canteras de granito, fabricando adoquines.

Viste como hacían los adoquines, y ganaban una miseria, como todos nosotros, los que no teníamos cerebro. Imagináte, cincel y martillo, cada vez mas finito hasta que queda la forma del adoquín, y hay que hacerlos todos iguales, parejitos. No sé si a veces no corta un poco, la piedra bruta, tallada así. Como los adoquines chiquitos de la vereda del Teatro Municipal o la escalinata del correo. Vos sabés qué trabajo. Es que esa es la piedra más dura que existe. Fijate que pasaban por encima las ruedas macizas de los camiones de Salvadori, y no se hundían. Hasta a Europa llevaban esos adoquines. Imagináte.
Usaban el escalpelo, el cortafierro para el adoquín.

Igual que el padre, en Poia. Hizo el dintel de la puerta de la casa, todo en piedra, y el Ponte dei Servi, sobre el río, con unos leones tallados."

Battaias


1916: en Poia, frente a la puerta de su casa, posan los hermanos Battaia: con su madre, Elisa Alberti y con su abuela, María Grandi  Virgilio, Amelia, Emma, Rosina y Abramo, el más chiquito. Se ve, claramente, el dintel de la puerta, tallado en piedra por el padre, Luigi Battaia, que era scalpellino, y que no aparece en esta foto porque está en la guerra.

A fines de 1926 Emma, de veinte años, llega a Buenos Aires, para casarse con Camillo Ferrari en Bahía Blanca. Su hermano mayor, Virgilio, de 24, la acompaña.

En 1931 llega Abramo, con 17 años, eludiendo probablemente alguna guerra colonial, y en 1948, Amelia, después de una decepción amorosa.

Allá quedan dos hermanos, Rosina y Erino.

Helos aquí, unos cuarenta años más tarde, en Bahía Blanca: Virglio, Emma, Amelia y Abramo Battaia


Siempre se mantuvieron unidos, se reunían siempre, y comían polenta con pajaritos. Virgilio y Amelia, los tíos solteros, se ocupaban de mimar a los sobrinos, los hijos de Emma y de Abramo.

Solamente Abramo volvió a ver la casa de sus padres, en 1968 y en 1975, el dintel tallado -que sigue estando ahí-, y el Ponte dei Servi, en Ponte Arche.

Emma falleció en 1965, Amelia en 1970, Virgilio en 1975, y Abramo en 1998.

jueves, 12 de agosto de 2010

Viaje

Tres días después de haber partido de Génova rumbo a Buenos Aires, Abramo Battaia, de 18 años, escribe esta tarjeta a sus padres y hermanas:






 Napoli, 12-1-931


Cari genitori non pensate a me che se continuano così non a paura dal mare. Qua c’è il Segalla che dice se mi piace il vino datillo a me ma a tutti ci piace perche e buono qua almeno ….si mangia la sua ministra la verdura pasta sutta pane carne da pranzo e mezo litro a testa da cena una minestra e pane la collacione caffe. Non cista più vi saluto. Abramo Battaia

Queridos padres: no se preocupen por mí, que si seguimos así, no tengo miedo del mar. Aquí está el Segalla que si no me gusta el vino, dénmelo a mí, pero a todos nos gusta, porque es muy rico. (…)
Comemos sopa, verdura, pasta, pan, carne en el almuerzo y medio litro de vino por persona, en la cena una sopa y pan, y en el desayuno, café. No tengo más lugar. Los saludo. Abramo Battaia.